LA REPUBBLICA: “Manchester SocialClub Il controcalcio dei tifosi ribelli”

FC United of Manchester, La Domenica di Repubblica. A cura di Antonello Guerrera

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Né City né United, né sceicchi né multinazionali: c’è una terza squadra nella capitale del football inglese. Gioca in settima divisione e appartiene “al popolo”. È quella fondata dai supporters fuggiti dall’Old Trafford dopo l’arrivo dei padroni americani: “Non veniteci a parlare di business: qui conta solo la maglia, come una volta”

Rosso Bianco Nero 1878. La scritta è in italiano. Curioso, in uno stadio di calcio inglese. Jane, biondissima, over 40, occhi azzurri, è venuta a vedere l’Fc United of Manchester. Che è cosa ben diversa dal glorioso Manchester United. Non sa perché la scritta sul suo cappello sia in italiano. «So però il motivo della data. È l’anno in cui fu fondata la mia squadra del cuore. Una squadra che, purtroppo, per me è morta». L’Fc United, il nuovo club di Jane, è nato dopo uno straziante scisma dal Manchester United, allenato fino a poco tempo fa dal leggendario Sir Alex Ferguson — la sua autobiografia, La mia vita, sta spopolando ovunque — e fondato, appunto, nel 1878. Le due squadre, stessi colori (“Rosso Bianco Nero”, che è anche una marca di accessori sportivi), un tempo erano una cosa sola: tutti uniti contro i “cugini” del Manchester City, l’altra ricchissima squadra di Manchester, ora in mano agli sceicchi arabi. Fino a quando una frangia di tifosi ha detto basta. E ha “rifondato” lo United. Questo perché Jane e gli altri sostenitori dell’Fc sono molto passionali, nonché inorriditi dal calcio moderno, quello dei cento milioni di euro spesi dal Real Madrid per Gareth Bale. Alcuni loro slogan ricordano certi ultras italiani. Ma qui nessuno pensa a distruggere: niente minacce — da noi l’ultima vittima è stato il presidente della Lazio, Lotito, in diretta — violenze o farse aberranti come nell’ultimo derby Salernitana-Nocerina. Qui i fan pensano a costruire. Il match comincia alle 19,45, tra mezz’ora. Diluvia. L’Fc United deve vincere contro il Trafford per sperare nella promozione in sesta serie. Intanto, nella città di Morrissey, Oasis e Joy Division, gli altoparlanti (difettosi) dello stadio strepitano Knights of Cydonia dei Muse. Una canzone che fa: “Dobbiamo combattere per sopravvivere”. L’Fc United è nato per questo: combattere per sopravvivere al calcio moderno. Ma in nome della democrazia, della solidarietà e contro ogni razzismo o discriminazione, come si legge nel manifesto di fondazione e sugli striscioni. Perché il tifo, come ha scritto Nick Hornby in Febbre a 90, “non è un piacere parassita. Il calcio è un contesto in cui guardare diventa fare”. Per capire davvero la sfida dell’Fc United, però, bisogna scovare la sua sede sociale. Pollard Street, numero 77. Siamo negli Ancoats, ex cuore ultra-industriale di Manchester. Qui, fino al secolo scorso, il cielo era trafitto da cocenti ciminiere rosse, muse di Friedrich Engels per La situazione della classe operaia in Inghilterra (1844) e di Charles Dickens per Tempi difficili (1854). Oggi avanza invece una falange di costruzioni trasparenti, postmoderne, multicolor. Giallo, verde, grigio. Blu. Poi però, spingendosi verso il 77, Pollard Street reindossa secoli scaduti. Spuntano fabbriche ustionate e desolate, rottami di storia che resistono in questa enclave anacronistica e ribelle. Ribelle come tutta la storia di Manchester, fortino dei primi congressi sindacali, sinistra inglese, suffragette e movimenti femministi. Il numero 77 è una fabbrica di vestiti dismessa che si chiama “Hope Mills”, “mulini della speranza”. Scheletro ocra, detrito dell’anima operaia dell’Inghilterra. La strada è deserta, se non fosse per un vecchio con una lattina di birra — e sono le 11 di un mattino limpido. Trappole per topi, scale umide. Poi, una porta nera, con scritta rossa e fiera: «Fc United of Manchester». Andy Walsh, cinquantun’anni, fervido socialista e sindacalista, è il presidente dell’Fc United, in basano sulle donazioni dei suoi sostenitori che, a loro volta, hanno diritto di voto su ogni decisione della società. «Questi sono i nostri principi», dice Walsh, «il calcio deve tornare ai tifosi. Perciò abbiamo abbandonato il glorioso United. I Glazer sono stati solo l’affronto finale. Ferguson era l’unico che poteva opporsi, ma ha preferito piegarsi per avere più potere». Il 2005 è l’anno zero di questa storia. I Glazer, una ricchissima famiglia di imprenditori americani, conquistano il Manchester United. Contro «gli speculatori» si scagliano i tifosi più tradizionalisti, esasperati dal rincaro dei biglietti, dalla «mercificazione dei valori», dal divieto di tifare in piedi nel monumentale stadio Old Trafford, dalla mesmerizzante Sky Sports, dai più di venti milioni di euro all’anno per il bomber Wayne Rooney. «Basta, ce ne andiamo». Detto, fatto: colletta di centomila sterline e nasce l’Fc United. Primo comandamento: niente sponsor. Altra differenza: «L’Fc United è una società fieramente noprofit », dice Walsh «poiché ogni ricavo viene re-investito nella squadra». «Scopo di lucro zero», come recita uno striscione, anch’esso in italiano, dei tifosi dell’Fc, che barattano slogan con gli altri colleghi internazionali. E ancora: la media ingaggio è di 600 sterline al mese per i titolari (le riserve vengono pagate a gettone, ma tutti sono semi-professionisti). Infine, prezzi accessibili a tutti. L’abbonamento annuale costa 150 sterline, quanto una trasferta a Londra per vedere Chelsea-United. «Ma», precisa subito Walsh, «se il tifoso non ce la fa, paga la metà. O anche meno. Perché noi siamo una comunità». Già, comunità. Per i tifosi dell’Fc United è questo il verbo. Si va dal volontariato, cruciale per tenere in piedi la baracca, ad audaci progetti di recupero di giovani scapestrati, alfieri dei «comportamenti antisociali » esorcizzati da Tony Blair e raccontati da Martin Amis. E poi sta arrivando uno stadio tutto nuovo, da diecimila posti — in gran parte finanziato da Stato e Comune. «Sarà il test decisivo per noi», dice Walsh. Perché al momento l’Fc United gioca, in affitto, sul campo del Bury, cittadina satellite della galassia metropolitana di Manchester. Allo stadio Gigg Lane sta per iniziare il match contro il Trafford. L’Fc United, dopo molte promozioni, è in settima serie. Ma negli ultimi tre anni ha drammaticamente perso tre finali di fila per salire di categoria. Il Gigg Lane, rispetto ai superbi Old Trafford e Etihad — lo stadio del City — è un mesto container blu, soffocato in una periferia anestetica. La pioggia ora frulla furiosa. Ma questo — ed è un martedì sera — non scoraggia oltre duemila tifosi. Uomini, donne, famiglie, bambini, vecchi, ospiti, tutti insieme, senza recinti. Davanti all’ingresso centrale dello stadio c’è un candido tendone di fortuna (dove però si può pagare con carta di credito) che vende sciarpe e cappelli a 7 sterline. Tra i corridoi del Gigg Lane circola un’aria acida e fritta, affogata in fiumi di birra ale. Sky Sports, nonostante la fatwa purista, lampeggia tronfia sugli schermi. Chris, donnona capelli mogano e cartoccio di patatine, è radiosa: «All’Old Trafford non eravamo più tifosi, ma clienti. Il Manchester United è stato un grande amore. Ora amo l’Fc». La partita contro il Trafford è l’appannato specchio di una stagione complicata. L’Fc pareggia 1- 1, pur dominando. A fine gara scrosciano comunque gli applausi. Prima di andar via, John Davies, poliziotto, padre del numero 6 Tom e tuttora tifoso del grande Manchester United, ammette: «Anch’io oramai comincio a preferire l’Fc. Qui il calcio è più vero. Qui mio figlio gioca per la maglia, non per soldi». La folla, intanto, si sgretola verso le automobili. Dal Gigg Lane, a differenza del comodo Old Trafford, il metrò per tornare a Manchester è a circa venti minuti a piedi. L’unico segno di vita lungo il tragitto è un ristorante italiano, “Santino”. La pioggia è cessata. Non il vento, che ruggisce l’eco del coro più amato dai tifosi dell’Fc, oramai tatuato su questa strana serata inglese. «Glazer where ever you may be, you bought Old Trafford but you can’t buy me». E cioè:«Glazer, ovunque voi siate, avete comprato l’Old Trafford, ma non potrete mai comprare me».

L’intervista

Un ultras chiamato Ken Loach
“Riprendiamoci il pallone”

La squadra dell’Fc United, qui a destra, ha fallito tre finali consecutive per la promozione in sesta divisione: ora sta inseguendo la quarta «L’FC United? Per quanto mi riguarda è un esempio non solo per il calcio, ma per l’intera società contemporanea». Ken Loach, il grande “regista operaio” inglese, settantasette anni, appena insignito a Berlino dell’Orso d’oro alla carriera, è molto affezionato ai “ribelli rossi” dell’Fc. Nel suo Il mio amico Eric, anno 2009, protagonista Eric Cantona, attaccante francese ed ex capitano del Manchester United, c’erano anche loro. In un’esilarante scena del film, mentre in tv al pub c’è il Manchester United, un tifoso dell’Fc critica gli ex sodali«rimasti con il più forte» per poi festeggiare insieme a loro il gol della sua vecchia squadra. «È un’emozione che provano tanti tifosi dell’Fc, sa?», conferma Loach. «Io stesso tifo Bath City, la città dove vivo, ma non ce la faccio a non seguire il grande calcio. È triste, ma è così. E poi del resto molti inglesi tifano per due squadre, una locale e l’altra ricca e famosa. Siamo fatti così». Quando si è appassionato all’Fc United? «Ho seguito la vicenda dall’inizio, sin da quando, nel 1998, Rupert Murdoch provò, senza successo, a comprare il Manchester United. Poi sono venuti i Glazer, la rivolta e tutto il resto». Che cosa l’ha colpita di più dei tifosi? «Il loro senso della comunità, la voglia di rigenerare la società aiutandosi l’un l’altro. Ma anche il loro approccio politico. Si dice che la sinistra sia finita, invece è sempre lì, magari meno visibile, ma sempre viva. Storie come queste rappresentano una grande speranza di cambiamento contro il calcio degli speculatori e degli oligarchi. Perché il calcio ha senso solo se appartiene ai tifosi, suoi unici custodi». Quanto ha influito secondo lei la storia ribelle della città di Manchester su quella dell’Fc United? «Non poco. Ma esperimenti simili stanno attecchendo anche in aree meno politicizzate. Pensi solo all’Afc Wimbledon, una squadra rifondata dai tifosi a Londra, in un tipico quartiere middle class». Non teme che squadre “popolari” come queste, dovessero arrivare un giorno al calcio che conta, diventerebbero come le altre? «No. Quando ci sono gli ideali questa eventualità non è possibile». (a. g.)

Fonte : [La Repubblica]

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