Mese: febbraio 2014

LA REPUBBLICA: “Manchester SocialClub Il controcalcio dei tifosi ribelli”

FC United of Manchester, La Domenica di Repubblica. A cura di Antonello Guerrera

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Né City né United, né sceicchi né multinazionali: c’è una terza squadra nella capitale del football inglese. Gioca in settima divisione e appartiene “al popolo”. È quella fondata dai supporters fuggiti dall’Old Trafford dopo l’arrivo dei padroni americani: “Non veniteci a parlare di business: qui conta solo la maglia, come una volta”

Rosso Bianco Nero 1878. La scritta è in italiano. Curioso, in uno stadio di calcio inglese. Jane, biondissima, over 40, occhi azzurri, è venuta a vedere l’Fc United of Manchester. Che è cosa ben diversa dal glorioso Manchester United. Non sa perché la scritta sul suo cappello sia in italiano. «So però il motivo della data. È l’anno in cui fu fondata la mia squadra del cuore. Una squadra che, purtroppo, per me è morta». L’Fc United, il nuovo club di Jane, è nato dopo uno straziante scisma dal Manchester United, allenato fino a poco tempo fa dal leggendario Sir Alex Ferguson — la sua autobiografia, La mia vita, sta spopolando ovunque — e fondato, appunto, nel 1878. Le due squadre, stessi colori (“Rosso Bianco Nero”, che è anche una marca di accessori sportivi), un tempo erano una cosa sola: tutti uniti contro i “cugini” del Manchester City, l’altra ricchissima squadra di Manchester, ora in mano agli sceicchi arabi. Fino a quando una frangia di tifosi ha detto basta. E ha “rifondato” lo United. Questo perché Jane e gli altri sostenitori dell’Fc sono molto passionali, nonché inorriditi dal calcio moderno, quello dei cento milioni di euro spesi dal Real Madrid per Gareth Bale. Alcuni loro slogan ricordano certi ultras italiani. Ma qui nessuno pensa a distruggere: niente minacce — da noi l’ultima vittima è stato il presidente della Lazio, Lotito, in diretta — violenze o farse aberranti come nell’ultimo derby Salernitana-Nocerina. Qui i fan pensano a costruire. Il match comincia alle 19,45, tra mezz’ora. Diluvia. L’Fc United deve vincere contro il Trafford per sperare nella promozione in sesta serie. Intanto, nella città di Morrissey, Oasis e Joy Division, gli altoparlanti (difettosi) dello stadio strepitano Knights of Cydonia dei Muse. Una canzone che fa: “Dobbiamo combattere per sopravvivere”. L’Fc United è nato per questo: combattere per sopravvivere al calcio moderno. Ma in nome della democrazia, della solidarietà e contro ogni razzismo o discriminazione, come si legge nel manifesto di fondazione e sugli striscioni. Perché il tifo, come ha scritto Nick Hornby in Febbre a 90, “non è un piacere parassita. Il calcio è un contesto in cui guardare diventa fare”. Per capire davvero la sfida dell’Fc United, però, bisogna scovare la sua sede sociale. Pollard Street, numero 77. Siamo negli Ancoats, ex cuore ultra-industriale di Manchester. Qui, fino al secolo scorso, il cielo era trafitto da cocenti ciminiere rosse, muse di Friedrich Engels per La situazione della classe operaia in Inghilterra (1844) e di Charles Dickens per Tempi difficili (1854). Oggi avanza invece una falange di costruzioni trasparenti, postmoderne, multicolor. Giallo, verde, grigio. Blu. Poi però, spingendosi verso il 77, Pollard Street reindossa secoli scaduti. Spuntano fabbriche ustionate e desolate, rottami di storia che resistono in questa enclave anacronistica e ribelle. Ribelle come tutta la storia di Manchester, fortino dei primi congressi sindacali, sinistra inglese, suffragette e movimenti femministi. Il numero 77 è una fabbrica di vestiti dismessa che si chiama “Hope Mills”, “mulini della speranza”. Scheletro ocra, detrito dell’anima operaia dell’Inghilterra. La strada è deserta, se non fosse per un vecchio con una lattina di birra — e sono le 11 di un mattino limpido. Trappole per topi, scale umide. Poi, una porta nera, con scritta rossa e fiera: «Fc United of Manchester». Andy Walsh, cinquantun’anni, fervido socialista e sindacalista, è il presidente dell’Fc United, in basano sulle donazioni dei suoi sostenitori che, a loro volta, hanno diritto di voto su ogni decisione della società. «Questi sono i nostri principi», dice Walsh, «il calcio deve tornare ai tifosi. Perciò abbiamo abbandonato il glorioso United. I Glazer sono stati solo l’affronto finale. Ferguson era l’unico che poteva opporsi, ma ha preferito piegarsi per avere più potere». Il 2005 è l’anno zero di questa storia. I Glazer, una ricchissima famiglia di imprenditori americani, conquistano il Manchester United. Contro «gli speculatori» si scagliano i tifosi più tradizionalisti, esasperati dal rincaro dei biglietti, dalla «mercificazione dei valori», dal divieto di tifare in piedi nel monumentale stadio Old Trafford, dalla mesmerizzante Sky Sports, dai più di venti milioni di euro all’anno per il bomber Wayne Rooney. «Basta, ce ne andiamo». Detto, fatto: colletta di centomila sterline e nasce l’Fc United. Primo comandamento: niente sponsor. Altra differenza: «L’Fc United è una società fieramente noprofit », dice Walsh «poiché ogni ricavo viene re-investito nella squadra». «Scopo di lucro zero», come recita uno striscione, anch’esso in italiano, dei tifosi dell’Fc, che barattano slogan con gli altri colleghi internazionali. E ancora: la media ingaggio è di 600 sterline al mese per i titolari (le riserve vengono pagate a gettone, ma tutti sono semi-professionisti). Infine, prezzi accessibili a tutti. L’abbonamento annuale costa 150 sterline, quanto una trasferta a Londra per vedere Chelsea-United. «Ma», precisa subito Walsh, «se il tifoso non ce la fa, paga la metà. O anche meno. Perché noi siamo una comunità». Già, comunità. Per i tifosi dell’Fc United è questo il verbo. Si va dal volontariato, cruciale per tenere in piedi la baracca, ad audaci progetti di recupero di giovani scapestrati, alfieri dei «comportamenti antisociali » esorcizzati da Tony Blair e raccontati da Martin Amis. E poi sta arrivando uno stadio tutto nuovo, da diecimila posti — in gran parte finanziato da Stato e Comune. «Sarà il test decisivo per noi», dice Walsh. Perché al momento l’Fc United gioca, in affitto, sul campo del Bury, cittadina satellite della galassia metropolitana di Manchester. Allo stadio Gigg Lane sta per iniziare il match contro il Trafford. L’Fc United, dopo molte promozioni, è in settima serie. Ma negli ultimi tre anni ha drammaticamente perso tre finali di fila per salire di categoria. Il Gigg Lane, rispetto ai superbi Old Trafford e Etihad — lo stadio del City — è un mesto container blu, soffocato in una periferia anestetica. La pioggia ora frulla furiosa. Ma questo — ed è un martedì sera — non scoraggia oltre duemila tifosi. Uomini, donne, famiglie, bambini, vecchi, ospiti, tutti insieme, senza recinti. Davanti all’ingresso centrale dello stadio c’è un candido tendone di fortuna (dove però si può pagare con carta di credito) che vende sciarpe e cappelli a 7 sterline. Tra i corridoi del Gigg Lane circola un’aria acida e fritta, affogata in fiumi di birra ale. Sky Sports, nonostante la fatwa purista, lampeggia tronfia sugli schermi. Chris, donnona capelli mogano e cartoccio di patatine, è radiosa: «All’Old Trafford non eravamo più tifosi, ma clienti. Il Manchester United è stato un grande amore. Ora amo l’Fc». La partita contro il Trafford è l’appannato specchio di una stagione complicata. L’Fc pareggia 1- 1, pur dominando. A fine gara scrosciano comunque gli applausi. Prima di andar via, John Davies, poliziotto, padre del numero 6 Tom e tuttora tifoso del grande Manchester United, ammette: «Anch’io oramai comincio a preferire l’Fc. Qui il calcio è più vero. Qui mio figlio gioca per la maglia, non per soldi». La folla, intanto, si sgretola verso le automobili. Dal Gigg Lane, a differenza del comodo Old Trafford, il metrò per tornare a Manchester è a circa venti minuti a piedi. L’unico segno di vita lungo il tragitto è un ristorante italiano, “Santino”. La pioggia è cessata. Non il vento, che ruggisce l’eco del coro più amato dai tifosi dell’Fc, oramai tatuato su questa strana serata inglese. «Glazer where ever you may be, you bought Old Trafford but you can’t buy me». E cioè:«Glazer, ovunque voi siate, avete comprato l’Old Trafford, ma non potrete mai comprare me».

L’intervista

Un ultras chiamato Ken Loach
“Riprendiamoci il pallone”

La squadra dell’Fc United, qui a destra, ha fallito tre finali consecutive per la promozione in sesta divisione: ora sta inseguendo la quarta «L’FC United? Per quanto mi riguarda è un esempio non solo per il calcio, ma per l’intera società contemporanea». Ken Loach, il grande “regista operaio” inglese, settantasette anni, appena insignito a Berlino dell’Orso d’oro alla carriera, è molto affezionato ai “ribelli rossi” dell’Fc. Nel suo Il mio amico Eric, anno 2009, protagonista Eric Cantona, attaccante francese ed ex capitano del Manchester United, c’erano anche loro. In un’esilarante scena del film, mentre in tv al pub c’è il Manchester United, un tifoso dell’Fc critica gli ex sodali«rimasti con il più forte» per poi festeggiare insieme a loro il gol della sua vecchia squadra. «È un’emozione che provano tanti tifosi dell’Fc, sa?», conferma Loach. «Io stesso tifo Bath City, la città dove vivo, ma non ce la faccio a non seguire il grande calcio. È triste, ma è così. E poi del resto molti inglesi tifano per due squadre, una locale e l’altra ricca e famosa. Siamo fatti così». Quando si è appassionato all’Fc United? «Ho seguito la vicenda dall’inizio, sin da quando, nel 1998, Rupert Murdoch provò, senza successo, a comprare il Manchester United. Poi sono venuti i Glazer, la rivolta e tutto il resto». Che cosa l’ha colpita di più dei tifosi? «Il loro senso della comunità, la voglia di rigenerare la società aiutandosi l’un l’altro. Ma anche il loro approccio politico. Si dice che la sinistra sia finita, invece è sempre lì, magari meno visibile, ma sempre viva. Storie come queste rappresentano una grande speranza di cambiamento contro il calcio degli speculatori e degli oligarchi. Perché il calcio ha senso solo se appartiene ai tifosi, suoi unici custodi». Quanto ha influito secondo lei la storia ribelle della città di Manchester su quella dell’Fc United? «Non poco. Ma esperimenti simili stanno attecchendo anche in aree meno politicizzate. Pensi solo all’Afc Wimbledon, una squadra rifondata dai tifosi a Londra, in un tipico quartiere middle class». Non teme che squadre “popolari” come queste, dovessero arrivare un giorno al calcio che conta, diventerebbero come le altre? «No. Quando ci sono gli ideali questa eventualità non è possibile». (a. g.)

Fonte : [La Repubblica]

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La Bosnia-Erzegovina verso Brasile 2014. I figli della guerra dall’assedio di Sarajevo all’esordio mondiale

«Pazite, snajper!». 

Sarajevo, anno 1993. Un grido risuona nelle strade deserte in una gelida notte dell’inverno slavo. Attenzione cecchino. Poche persone in giro, impaurite e perdute. Porte sbattute dal vento, dalla paura e dalle fughe nella notte. Porte sbattute in faccia ad una città che è ormai solo un’ombra di quella capitale culturale nata e cresciuta nella luce del sultanato ottomano di Istanbul, che conquistò la zona nel 1461 nella sua folle corsa verso l’Europa cristiana, arrestatasi solo alle mura di Vienna.

Il primo governatore turco della Bosnia, Isa-beg Ishakovic, trovò un insieme di villaggi addossati sulla Maljica e decise che qui sarebbe sorta la capitale di questa zona collinare, un triangolo di terra docilmente appoggiato sui Balcani occidentali. Raramente capita nella storia di trovare una zona di terra così piccola che abbia visto il passaggio di così tanti popoli, culture, religioni e lingue diverse. Un crocevia naturale, una cerniera…

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Socrates: la democrazia Corinthiana, un caso unico nel calcio

Come si cade dentro una democrazia? Non proprio all’improvviso. Serve un gruppo di persone, ognuna della quali vale un voto, un’assemblea che si incontra puntuale e naturalmente qualcosa da decidere. Il luogo nel quale radunarsi è indifferente, basta anche uno spogliatoio. Viene meno la gerarchia, l’allenatore e il tecnico hanno lo stesso peso del secondo portiere e comincia l’autogestione.

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È un’illusione ricorrente nella storia umana che a volte funziona, fosse pure solo per poco tempo, tre, quattro anni. E finisce per diventare un esempio, magari sui generis, al punto che il termine democrazia non basta. Ci vuole un’aggettivazione che la renda più precisa, ne definisca i confini, ne chiarisca le volontà. Quella dura e pura voleva essere ‘proletaria’, quella bigotta fu ‘cristiana’, quella che fa tendenza oggi è ‘liquida’ ma più divertente, leggera e meglio riuscita di tutte forse fu quella ‘corinthiana’.

Siamo in Brasile, anni ottanta, e la dittatura, iniziata nel 1964 per mano del maresciallo Castelo Brancoperde colpi. Le prime libere elezioni a livello nazionale arriveranno solo nel 1985 ma intanto in ambito locale i cittadini e le cittadine brasiliane cominciano a esprimersi. Nel 1982, in occasione delle elezioni municipali e statali, sulla casacca bianconera della squadra popolare di San Paolo compare la scritta: “il 15 andate a votare”. Era il mese di novembre e il Corinthians di SocratesCasagrandeWladimir,ZenonBiro-Biro e compagni aveva dato per l’ennesima volta espressione al lavoro politico che cominciava nello spogliatoio, passava per il campo di allenamento e sfociava nella partita ufficiale. La maglia della squadra era il dazebao che al posto dello sponsor ospitava la propaganda politica, di solito addensata in un unica parola: democrazia.

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Scritta anche a rovescio, per esprimere il dissenso contro il governo del generale Figueiredo.

Fondato nel 1910 dai proletari della città di San Paolo per sottrarre il calcio all’elite, il Timao o Sport Club Corinthians Paulista versava alla fine degli anni ‘70 in una condizione disastrosa. Il caso volle che un cambio di dirigenza, insieme a un gruppo di giocatori capaci di pensare e mettersi in discussione, stimolato dalle parole di un direttore tecnico che di calcio ne sapeva poco perché era un sociologo, taleAdílson Monteiro Alves, produsse il più famoso e riuscito esperimento socio-calcistico della storia. Le relazioni all’interno del club furono rivisitate, le decisioni prese in maniera collettiva. Vincere o perdere non era certo la stessa cosa, ma la regola voleva che tutto avvenisse con democrazia. Così scrissero anche su uno striscione che portarono in campo, per ricordare a tutti che quello era principalmente un gioco e che non c’erano idoli o semidei da adorare ma uomini in carne ed ossa a fare le partite, come la storia.

Furono abolite le regole ferree e annullato l’obbligo del ritiro. È offensivo, sosteneva Socrates, costringere qualcuno a fare qualcosa, come fosse in prigione. Così chi non raggiungeva la squadra in albergo poteva presentarsi al campo il giorno dopo. Uno dei portieri di riserva sostenne in seguito che quello della Democrazia Corinthiana era un gran casino, ma vinsero il Campionato Paulista per due anni consecutivi (1982, 1983) e il terzo furono battuti in finale dal Santos.

La squadra giocava per musica, racconta chi l’ha vista esibirsi. Senza aggressività, il Corinthians faceva il calcio seguendo il tempo dettato da Zenon e le illuminazioni di Socrates, vinceva con i gol di quest’ultimo e quelli di Casagrande, sostenuti dalla difesa di Wladimir e dalla fatica di Biro-Biro, buon mediano.

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Da squadra allo sbando, divenne presto un riferimento nazionale che non si lasciò sfuggire la possibilità di parlare ai suoi tifosi. Volevamo far capire alla gente che sarebbe stato molto interessante un cambiamento, racconta Zenon. Un cambiamento nella forma del gioco, nell’organizzare quella piccola collettività di atleti e intellettuali, nel modo di intendere il calcio e le relazioni umane e, in ultimo, un cambiamento generale che investiva tutto il paese: nelle elezioni per il presidente della Repubblica, che il popolo brasiliano cominciava a chiedere a gran voce.

Simbolo del gruppo era il Magrão, il giocatore più originale della storia brasiliana. Barbuto, alto più di un metro e novanta, piede piccolo e delicato, preferiva il colpo di tacco. Segaligno, non un atleta in senso stretto ma giocatore di calcio di quelli buoni, con una visione di gioco che faceva la differenza e la propensione al gol e al pugno chiuso, come esultanza e protesta. Socrates si unì a quell’impresa con dedizione. Fu il Dottore, per meriti accademici, o il Filosofo per via del nome. La classe in campo gli valse un soprannome molto più altisonante: il tacco che chiese la palla a Dio! Non amava i compromessi, soprattutto quelli nei confronti dei tifosi.

Il Corinthians giocava un calcio ragionato, il gol era frutto di elaborazione e a chi seguiva la squadra era richiesta, prima di tutto, una buona dose di pazienza. I risultati arrivarono ma non senza polemiche. Dopo una partita persa, i giocatori furono costretti a difendersi dall’assalto dei tifosi. In quella successiva, Socrates realizzò una tripletta senza mai esultare: la torcida corinthiana andava educata, un passo la volta. Nella finale vittoriosa del campionato paulista del 1982, la squadra entrò in campo cantando e ballando sulle note di una canzone di Gilberto Gil. A dirla tutta fu una gran bella avventura, un successo, almeno fino al 1984.

Quando il direttore Adílson decise di candidarsi alla presidenza del club, come nelle favole peggiori, la cordata reazionaria che faceva capo al suo avversario, Roberto Pasqual, ebbe la meglio. La dimensione rivoluzionaria dell’esperimento fu brutalmente ridimensionata. Socrates, che nel frattempo aveva legato il suo destino a quello dell’intero Brasile, fece una scommessa ardita. Vicino alle posizioni diElezioni Ora, in un comizio, disse che sarebbe rimasto in Brasile e al Corinthians se, in parlamento, fosse stato votato un emendamento costituzionale per ristabilire libere elezioni. L’emendamento fu bocciato e il Dottore sbarcò in Italia, a Firenze. Qui le cose andarono molto meno bene. E in generale la sua vita cominciò a declinare lentamente, complici l’alcol e il fumo.

Il Corinthians vinse il suo primo titolo nazionale solo nel 1990, l’ultimo nel 2011, l’anno in cui il Dottore è morto. Nel 1983 aveva espresso questo desiderio: vorrei morire nel giorno in cui il Corinthians vince il titolo. E così è stato. I tifosi hanno esultato e pianto. Ogni testa un voto, siamo tutti uomini: questo era il suo motto, al confine tra l’equilibrio idilliaco e il caos. A parere del Magrão, la cosa più bella del mondo. E per i tifosi del Timao ancora oggi essere campioni è un dettaglio.

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di Gabriele Salvatori Fonte [http://www.storie.it/]

Un ‘brindisi’ al Club Atletico Osasuna

All’Estadio Reyno de Navarra, più comunemente noto come El Sadar, la società preferisce perseguire una politica giovanile piuttosto che conseguire trofei, lanciando in prima squadra i ragazzi cresciuti nel vivaio.

Siamo a Pamplona, in Spagna, capoluogo della Navarra, una delle 17 Comunità autonome del paese, città natale sia del centravanti bianconero Fernando Llorente che del polifonista del ‘600 Miguel Navarro ma soprattutto di San Fimino di Amiens, patrono dell’arcidiocesi di Pamplona e Tudela a cui ogni anno, tra il 6 e il 14 Luglio, vengono dedicate le Sanfermines, feste riguardo cui scrisse anche Ernest Hemingwaynel suo romanzo Fiesta, dove cita i famosi encierros, le corse dei tori che caratterizzano questo evento rilevante come il Carnevale di Rio o l’Oktoberfest di Monaco di Baviera.

Tuttavia, oltre ad essere una città intrisa di storia, tradizione e cultura, Pamplona (Iruñea in Euskara) è anche la sede del Club Atletico Osasuna, squadra che può contare su una delle cantere più importanti del paese, capace di sfornare decine di talenti (tra tutti, il centrocampista Campione del Mondo e d’Europa Javi Martinez, nato a Lizarra, oggi al Bayern Monaco e l’esterno basso del Chelsea César Azpilicueta, nato proprio a Pamplona) quasi al pari delle sue colleghe di comunità più blasonate come la Real Sociedad o l’Athletic Club. All’Estadio Reyno de Navarra, più comunemente noto come El Sadar, la società preferisce perseguire una politica giovanile piuttosto che conseguire trofei, lanciando in prima squadra i ragazzi cresciuti nel vivaio.

Probabilmente (non esistono fonti sicure riguardo la nascita della squadra) il club fu fondato nel 1920 in seguito alla fusione di due società locali, la Sportiva e il Nuevo Club, avvenuta in un famoso bar della città, ilCafé Kutz. La scelta del nome, che in basco vuol dire salute, forza o vigore è alquanto singolare ed è da attribuire a  Benjamín Andoain Martínez, uno dei fondatori. Nonostante il club non abbia vinto nessun trofeo di spessore (il miglior risultato in campo europeo è stato il raggiungimento della semifinale di Coppa Uefa nel 2007), la sua filosofia viene rispettata e presa come modello da molte società iberiche che, oggi come da sempre, traggono le proprie fortune proprio dallo sviluppo del settore giovanile, al quale dedicano molta attenzione investendo ogni anno milioni di Euro. La spina dorsale dei Los Rojillos, infatti, è costituita dai giovani dell’Osasuna B, filiale del club sorta nel 1962 e conosciuta con il nome di Promises Osasuna; sotto l’attenta guida di Angel Merino i talenti baschi tra cui spiccano Ekhi Senar, Miguel Montes e Lizarraga, occupano il quarto posto del Grupo XV della Tercera Division, con il miglior attacco e a sole 8 lunghezze dalla capolista San Juan.

Mentre da una parte i ragazzini lottano per la promozione in Segunda Division B, i colleghi della prima squadra non se la passano tanto bene. La Rojilla ha totalizzato solamente 22 punti in 21 gare e si trova ad un passo dalla zona retrocessione; tuttavia, nonostante la stagione non esaltante dal punto di vista dei risultati, i soli 5 stranieri presenti nella plantilla dell’Osasuna (Acuna, Armenteros, Silva, Loties e Raul Loè, quest’ultimo però cresciuto nel vivaio del club) evidenziano come la società di Miguel Arcancho punti a valorizzare i propri giocatori: gli estremi difensori Andres Fernandes e Ander Cantero, il vicecapitanoMiguel Flaño, il giovane Satrústegui, il capitano e beniamino degli aficionados baschi, Francisco “Patxi” Puñal, centrocampista autore di più di 400 presenze e 21 reti con la casacca rossoblù nonché il centrocampista Roberto Torres e il centravanti di origini nigeriane Manuel Onwu sono solo alcuni dei prodotti della cantera rojilla, che ogni temporada porta avanti la propria filosofia completamente estranea ai milioni che circolano nel calcio moderno, sempre più un business che uno sport. Accanto alla Masia, alla Castilla e agli Impianti di Lezama, a Tajonar, paesino della Navarra centrale, si erge la Escuela de Fùtbol, fondata nel 1982, dove i ragazzi vengono cresciuti a pane, scuola e calcio. Nonostante il vivaio stia attraversando uno dei momenti più bui della sua storia, dovuto al fatto che non riesce più a far esordire nella Liga navarriani all’altezza della competizione, il progetto ‘autarchico’ dell’Osasuna resta comunque un esempio da seguire e noi italiani, in un campionato dove più del 50% dei giocatori sono stranieri, dovremmo prendere spunto da questo modello, sempre più convincente in quanto la Roja è la detentrice del Mondiale, dell’Europeo e dell’Europeo Under 21 disputato l’Estate scorsa in Israele e conquistato proprio grazie ad una vittoria sui nostri azzurrini.

 

Fonte [L’intellettuale dissidente]

Χρόνια πολλά Παναθηναϊκός

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Auguri ai Verdi di Grecia, 106 anni!

Podosferikos Omilos Athinon

Giorgos Kalafatis, founder of Panathinaikos.

The first team of 1908.

According to the official history of the club, Panathinaikos was founded by Giorgos Kalafatis on 3 February 1908, when he and 40 other athletes decided to break away from Panellinios Gymnastikos Syllogos following the club’s decision to discontinue its football team. The first name of the new club was Podosferikos Omilos Athinon (POA), the colours of the team were red and white and its home ground was in Patission StreetOxford University athlete John Cyril Campbell was brought in as coach. It was the first time that a foreigner was appointed as the coach of a Greek team.

Panellinios Podosferikos Omilos

Michalis Papazoglou proposed the shamrock emblem.

In 1910, after a dispute among a number of board members, Kalafatis with most of the players – also followed by Campbell – decided to pull out of POA and secured a new ground in Amerikis Square. Subsequently, the name of the club changed to Panellinios Podosferikos Omilos (PPO) and its colours to green and white. By 1914, Campbell had returned to England but the club was already at the top of Greek football with players such as Michalis Papazoglou, Michalis Rokkos and Loukas Panourgias.

In 1918, PPO adopted the shamrock as its emblem, as proposed by Michalis Papazoglou. In 1921 and 1922, the Athens-Piraeus FCA organized the first two post-WWI championships, in both of which PPO was declared champion. By that stage, the club had outgrown both the grounds in Patission Street and Amerikis Square, due mainly to its expansion in other sports, and began to look at vacant land in the area of Perivola on Alexandras Avenue as its potential new ground. After long discussions with the Municipality of Athens, an agreement was finally reached and in 1922 Leoforos (“Avenue” in Greek) was granted to the club.

Panathinaikos Athlitikos Omilos

The team of Panathinaikos, 1930.

The move to a permanent home ground also heralded another – final – name change, to Panathinaikos Athlitikos Omilos (PAO), on 15 March 1924. However, the decision was already taken by 1922.

In 1926, the Hellenic Football Federation was founded and the first official Greek Championship took place in 1927. Panathinaikos won the Championship in 1930 under the guidance of Joseph Kinsler with Angelos Messaris as the team’s star player. They beat rivals Olympiacos 8–2, a result that still remains the biggest win either team has achieved against its rival.

In 1931, a serious disagreement between leading board member Apostolos Nikolaidis and Messaris, which lasted two years, damaged the club and led to a counterproductive period. In the meantime, the HFF Greek Cup had commenced in 1932. The last bright moment for the Greens before World War II was winning the Cup for the first time in 1940 against Aris (3–1).

Until 1965, Panathinaikos had won 8 Championships (1930, 1949, 1953, 19601961196219641965) and 2 Cups (19481955). In 1964, they won the Greek Championship without a loss, with Stjepan Bobek as coach and great players such as Takis Loukanidis and Mimis Domazos. Panathinaikos is the only team that has won the Greek Championship undefeated. Moreover, they were crowned back to back Champions in 1969 and 1970 and won 2 more Greek Cups in 1967 and 1969.

European Cup 1970–71 finalists

Line-up for the in the 1971 European Cup Final against Ajax.

The team in the 1971 European Cup Final.

In 1971, under the guidance of the legendary Ferenc Puskás Panathinaikos were 1970–71 European Cup finalists, losing 2–0 to Ajax at Wembley Stadium. In the road to the final they eliminated Jeunesse EschSlovan BratislavaEverton andRed Star BelgradeAntonis Antoniadis was the leading scorer in the tournament scoring 10 goals.

In the same year, Panathinaikos played for the 1971 Intercontinental Cup (due to the refusal of Ajax to participate), where they lost to Nacional (1–1 in Greece, 2–1 in Uruguay).

During the last amateur years of Greek football, the Greens won one Championship in 1972 and the Double in 1977. Another important moment for the club was winning the Balkans Cup of 1977.

Giorgos Vardinogiannis era

In 1979, Greek football turned professional. The Vardinogiannis family, who are mostly known for their oil refiningoil explorationmedia and entertainment enterprises, purchased PAO’s football department and Giorgos Vardinogiannis became president. Panathinaikos were one of the first Greek clubs that formed a women’s team in 1980 but that department is currently inactive.

The transformation period lasted a few years but in 1982 their first professional era trophy, the Greek Cup, put everything in order and they would go on winning 2 Championships (19841986), 4 more Greek Cups (1984198619881989) and the Greek Super Cup in 1988.

European Cup 1984–85 semi-finalists

In the 1984–85 season, Panathinaikos with coach Jacek Gmoch and big stars Dimitris Saravakos and Velimir Zajec made an impressive run in Europe, eliminatingFeyenoordLinfield and Göteborg to reach the semi-finals of the European Cup. In 1987–88, they made it to the quarter-finals of the UEFA Cup, eliminatingJuventusAuxerre and Budapest Honvéd.

The 1990s were an even more successful period for the club, both nationally and internationally. 4 Greek Championships (1990199119951996), 4 Greek Cups (1991199319941995) and 2 Greek Super Cups (1993, 1994) were awarded to the club.

In the 1991–92 season, the Greens reached the last 8 of the European Cup and took part in the first ever European tournament to have a group stage.

Champions League 1995–96 semi-finalists

In 1995–96, with Juan Ramon Rocha as coach and key players Krzysztof Warzycha and Juan Jose Borrelli, Panathinaikos reached the semi-finals of the UEFA Champions League where they faced Ajax, recording a surprising 0–1 first leg away victory. However, they suffered a crushing 0–3 defeat on the second leg and were thus denied entry to the final once more. A long dry spell commenced after that year’s European campaign.

2000 and beyond

In the summer of 2000, president Giorgos Vardinogiannis resigned from his duties and passed his shares to his nephew Giannis Vardinogiannis, who changed the style of the club’s management.

With the arrival of coach Sergio Markarian, Panathinaikos reached the quarter-finals of the 2001–02 UEFA Champions League, being eliminated by Barcelona. In the 2002–03 season, they lost the Championship in the last two games by arch-rivals Olympiacos. In Europe, the Greens were eliminated in the UEFA Cup quarter-finals by eventual winners Porto.

With Itzhak Shum as new coach, Panathinaikos managed to win the Double in 2004 after almost ten years. New players like Ezequiel GonzálezLucian Sanmartean and Markus Münch were signed the summer before. However, Shum was unexpectedly fired early in the next season. Zdeněk Ščasný succeeded him on the bench.

In 2005, major changes were made in the team’s roster. Many stars like Angelos Basinas and Michalis Konstantinou departed, while others like Flávio Conceiçãoand Igor Biscan arrived. Ščasný gave his seat to Alberto Malesani. At the start of the 2006–07 season, Malesani left the team and he was replaced by the lackluster Hans Backe, who left only three months after his appointment. Víctor Muñoz then came. For the 2007–08 season, Panathinaikos hired José Peseiro.

On 22 April 2008, main shareholder Giannis Vardinogiannis gave a press conference in which he announced the decision of his family to reduce their share in the club to 50% – after 30 years of full ownership – through a €80 million increase of the company’s capital stock. After the negotiations and the share capital increase, the Vardinogiannis family would hold 56% of the club, Panathinaikos Athlitikos Omilos 10% and the other shareholders 34%.

Following the major changes in 2008, Panathinaikos hired Henk ten Cate as coach and bought many expensive players such as Gilberto Silva from Arsenal and Gabriel from Fluminense. In the 2008–09 season, the Greens proved that they could hold their weight in the Champions League by reaching the last 16. However, they disappointed in the Greek Championship finishing 3rd in the regular season, though they managed to come 2nd overall after the playoff mini-league.

The 2009–10 season was successful for Panathinaikos. During the summer transfer period the club bought Djibril Cissé from MarseilleKostas Katsouranis from BenficaSebastian Leto fromLiverpool and various other players spending more than €35 million. Henk ten Cate left in December to be replaced by Nikos Nioplias. The team managed to enter the last 16 of the Europa Leagueand win both the Greek Championship and the Greek Cup – beating Aris in the final on 24 April.

In the summer of 2010, Panathinaikos signed Jean-Alain Boumsong and Sidney Govou from Lyon as well as Luis GarcíaDamien Plessis and goalkeeper Daniel Fernandes. The fans showed their support by rocketing their own previous record of 26,002 season tickets to 30,091. However, due to bad performances Panathinaikos didn’t manage to protect their title and they were knocked out from the Group Stage of Champions League.

In 2011, due to financial problems, Panathinaikos sold Djibril Cissé for 5,800,000€ to S.S. Lazio and first-choice goalkeeper Alexandros Tzorvas to Palermo in order to reduce the budget. New players came like Quincy Owusu-AbeyieTocheVitolo and Zeca. The club also changed their president and chose Dimitris Gontikas to be the new chairman. Panathinaikos failed to qualify to the Group Stage of Champions League as they were knocked out by Odense BK (4–5 on aggregate). On 5 September 2011, Giannis Vardinogiannis announced that he intended to leave the club.

Panathenian Alliance

Panathinaikos’ downfall continued as a result of the serious riots in the Panathinaikos-Olympiacos derby of 18 March 2012. The entire Board quit and Panathinaikos remained headless for about 2 months. The owner of Skai TV, Giannis Alafouzos, however devised a plan to take Vardinogiannis’ shares (54.7%) and make them available to fans around Greece so that everyone could contribute a desired amount, so that Panathinaikos could overcome the crisis. His plan seemed to be working as a new 20-member board was elected with Dimitris Gontikas at the president’s chair again, however it was yet to be seen how the fans would respond to Panathinaikos’ call for help.

On 2 July 2012, the Panathinaiki Symmahia (Greek: Παναθηναϊκή Συμμαχία) – or Panathenian Alliance, as one would say it in English – finally opened to the public so that everyone could contribute a desired amount in return for some privileges, such as cheaper prices on the season tickets – provided that one contributed at least 175€. If one contributed 20€, they would have a 10% discount at the Panathinaikos F.C. stores. After a few weeks of operation, 3,531 members had signed up, some of which were current or former Panathinaikos players (Boumsong, Ninis, Gilberto Silva, Cisse). These 3,531 members had in total contributed 1,833,465€ till then.

The 18 July 2012 marked a historical day in Panathinaikos history, as Giannis Vardinogiannis gave his shares – 54.7% of Panathinaikos F.C. – to the Panathenian Alliance, thereby allowing Panathinaikos to have a fresh start, with their own fans at the steering wheel.

The first season with the Panathenian Alliance at the helm was nothing short of abysmal for the club. While still enduring financial troubles, Panathinaikos finished 6th in the championship and failed to qualify for the European competitions for the first time in 16 years.

Fonte [http://en.wikipedia.org]

Made in Sud: il Marsala ai tempi di Evra, con Mannone presidente

La storia calcistica del Marsala, forse, non è mai stata eccezionale. Una cosa, però, è certa. Una piccola parte dell’elité del calcio mondiale è passata da qui. E’ nata qui. Calcisticamente parlando, s’intende. Eppure, oltre la Serie C1 il Marsala non è mai andato. Ha sempre lottato, senza mai salire di categoria. I tifosi più caldi ricordano i derby vinti col Trapani. Da Marsala, però, sono passati anche due campioni del mondo con i rispettivi club. Quasi difficile da credere, ma è così. Un francese e un italiano, ironia del destino, se si ripensa a quel 9 luglio 2006 che vide gli azzurri di Lippi sul tetto del mondo. Patrice Evra e Marco Materazzi, accomunati entrambi da una parentesi al Marsala. Anno 1993-1994, un giovane calciatore arriva in Sicilia. Nessuno sa chi sia, né che ruolo abbia. Il papà, Giuseppe, è ovviamente conosciuto a tutti. Si chiama Marco Materazzi, esordisce in una gara terminata 0-0. Non sono grandi anni per il Marsala, che naviga a metà classifica nel campionato dilettanti. Il giovane Marco si piazza in difesa e segna 4 gol in oltre 20 partite. Di lui si accorge il Trapani, era arrivato dal Messina. La Sicilia, per lui, è nel destino. Gli anni successivi sono tra i più belli della storia del Marsala. Arrivano tanti gemme, alcuni colpi invece vengono totalmente sbagliati. Succede anche questo nel calcio. Il presidente era Leo Mannone, che oggi non ha alcun rimpianto: “Il ricordo più bello sicuramente è lo spirito avventuristico che mi ha accompagnato – ci racconta – Ho iniziato così. Questo mi ha portato a dei risultati impensabili, perché in quell’anno abbiamo raggiunto una salvezza straordinaria. Avevamo 10 punti a dicembre, e a fine campionato ci salvammo. Senza spendere tanti soldi poi vincemmo il campionato”. Un giovane francese, intanto, fa breccia nel cuore del presidente. Si chiama Patrice Evra. Un provino col Paris Saint-Germain, scartato. Per un francese forse non c’è delusione maggiore. Senza spezzare i suoi sogni, però, riparte dalla Sicilia. La felicità quando rotola un pallone, a quell’età, è ai massimi livelli. “Venne proposto da Beppe Accardi – prosegue nel racconto Mannone – Era stato scartato o dal Torino o dalla Juventus, non vi fu mai chiarezza in questa vicenda, ma fece una tappa prioritaria a Torino. Poi è stato proposto anche a noi, a parametro zero. Sarebbe costato soltanto 800 mila lire al mese. Eravamo in ritiro a Norcia, lo vidi arrivare e debuttò contro la Roma. Era agile e tecnico, capii subito che sarebbe diventato un grande. Parlai con l’allenatore, all’epoca Cuttone, che mi sottolineò le doti di questo ragazzo. Finito il ritiro, Patrice si presentò a Marsala. Arrivò con grande spensieratezza, lo accompagnarono anche la madre, la sorella, il figlio della sorella. Anziché 800 mila lire, alla fine gli abbiamo dato un milione al mese e l’appartamento. Era la sovvenzione fondamentale per mantenere la sua famiglia”. Il pubblico marsalese non lo vede subito all’opera, il transfer tarda ad arrivare. Ma in città le voci girano. Il suo nome è difficile da pronunciare ma la qualità è pura. Qualcuno, addirittura, lo scambia per Patrick Vieira. C’è Marsala-Nocerina, e Agatino Cuttone lo manda in campo. Per gli avversari un incubo, si mangia il prato su quella fascia sinistra. 4 gol in 26 partite. Da attaccante, nel Marsala. “Un altro particolare che a molti sfugge – dice Mannone – è che quando Evra venne ceduto al Monza in comproprietà, al giugno successivo si andò alle buste. Noi le facemmo da Marsala, mettendo 100 milioni mentre loro un milione. Poi successe che questo fantomatico gruppo che acquistò la nostra squadra, dopo aver rilevato la società, non si iscrisse al campionato e così Evra ebbe la fortuna di iniziare la sua rapida salita verso il calcio che conta”. Ripartendo, appunto, da Monza. Poi la scalata verso le vette del calcio mondiale, col Manchester United e la Nazionale francese. Il Marsala, anche per motivi economici, in Serie C non ci arrivò mai più. “All’epoca mantenevamo la società con gli sponsor che erano gli enti, il Comune. E poi c’era il pubblico, che ci aiutava con gli incassi e dunque venendo allo stadio. Era molto molto appassionato il tifo, ma forse non si rendevano conto del momento favorevole. Si chiedeva sempre di più, al contrario di adesso invece che la squadra è relegata al campionato di Eccellenza oppure di Serie D. Ora c’è la consapevolezza che il Marsala di allora, se aiutato, poteva dare delle grandi soddisfazioni. Ma è sempre stato appassionato alla nostra squadra, in maniera civile. Il ricordo di quel periodo è bruciante”. Quest’anno il Marsala milita in Eccellenza, girone A. La speranza, però, è che il calcio possa ancora regalare tanto a questa città. Arrivederci, Marsala. Al prossimo talento.

 

Fonte [http://gianlucadimarzio.com/]